6 September 2018

Un colpo di genio per ripulire gli oceani

Quando Lewis Pugh, ex militare dei Sas, oggi avvocato di professione, atleta estremo e testimonial della salvaguardia degli oceani, ha attraversato la Manica a nuoto per il suo ennesimo record, non solo ha dovuto compiere 500.000 sfiancanti bracciate in 49 giorni, ma lo ha fatto… schivando rifiuti. Appena toccata terraferma il 30 agosto scorso, infatti, ha dichiarato di non aver incontrato fauna selvatica lungo il percorso, ma soltanto plastica.

Un oceano nell’oceano

Sono miliardi di miliardi i pezzi di plastica che galleggiano nei nostri mari, in particolare lungo 5 grandi “vortici” in cui confluiscono le correnti oceaniche, e aumentano a ritmi vertiginosi: secondo un recente studio pubblicato su Nature, la grande “isola” di plastica del Pacifico, già 3 volte più estesa della Francia, cresce molto più rapidamente di quanto previsto.

Di fronte a questo trend preoccupante, ambientalisti, scienziati e persone di buon senso in genere, hanno sempre posto l’accento sull’origine del problema: ridurre drasticamente il consumo di plastica e incrementarne il riciclo.

Ineccepibile. Ma che fare con quella che c’è già? Si può recuperarla prima che gli agenti atmosferici la “polverizzino” in microparticelle che, inevitabilmente, finiscono nella catena alimentare? È possibile rimuoverla dai mari finché è grande abbastanza per essere raccolta?

L’idea di Boyan

Sono più o meno queste le domande che dev’essersi posto Boyan Slat, 18enne olandese di Delft quando, al primo anno di ingegneria aerospaziale, ha pensato bene di spostare lo sguardo dal cosmo all’oceano. Lasciata l’università, si è buttato anima e cuore in un progetto utopistico – per qualcuno folle: mettere a punto un sistema di tubi galleggianti che accumulasse la plastica in superficie in modo autonomo, senza motori e “pilotaggio”, sfruttando semplicemente il ritmo delle correnti.
Da allora, era il 2013, Boyan ha creato la fondazione The Ocean CleanUp, ha coinvolto istituzioni e filantropi, ha raccolto 30 milioni di dollari e, con la sua equipe di ingegneri e biologi, ha mappato i più grandi “garbage patch” – le zone di più alta concentrazione della plastiche – testato materiali e tecnologie, realizzato più di 250 modelli in scala e 6 prototipi in mare. Ed ora, finalmente, a 5 anni da quel colpo di genio che potrebbe salvare gli oceani, è pronto a posizionare il primo sistema CleanUp al largo di San Francisco per metterlo alla prova al cospetto della Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica di cui sopra.

Semplice e geniale

Ma come funziona questo sistema potenzialmente rivoluzionario? Come spesso capita, le invenzioni migliori sono anche le più semplici: un tubo curvo e galleggiante lungo 600 metri a cui è agganciato uno «schermo» di poliestere (non una rete: sarebbe pericolosa per gli animali) per una profondità di 3 metri. Lasciato al largo da una nave e controllato via Gps, il sistema dovrebbe creare una zona di risacca dove le correnti accumulerebbero i rifiuti plastici. Raccolti una volta al mese da apposite navi, verrebbero infine conferiti agli impianti di riciclaggio.

Se tutto dovesse andare come sperato, il piano prevede di installare centinaia di sitemi CleanUp nei pressi dei 5 principali vortici oceanici, con l’obiettivo ambizioso di recuperare entro il 2040 il 90% della plastica che oggi galleggia in superficie.
Per questo la data dell’8 settembre, quella in cui si prevede di posizionare il primo “tubo”, è tanto importante: perché al netto delle eccezioni tecniche degli scienziati più scettici (“il Pacifico è tutt’altro che pacifico: onde e correnti renderanno inefficiente il sistema”) e delle critiche ideologiche (“passerà il messaggio che si può continuare a inquinare, tanto c’è chi ripulisce”) gli oceani hanno bisogno di una soluzione che funzioni da subito: un colpo di genio che li liberi dalla morsa della plastica.